Nel secondo appuntamento di Platea – progetto espositivo in collaborazione tra il Teatro Bellini e l’Andrea Nuovo Home Gallery per la Stagione 2025/26 – saranno in mostra gli artisti Suzanne Moxhay, Mikael Siirilä e Miho Tanaka con una comune visione del mondo contemporaneo che, pieno di simulacri comunicativi, nuovi codici e overdose d’informazione spinge gli individui a smarrirsi in una costante e angosciosa ricerca di risposte. I tre artisti in esposizione tra gli spazi della vetrina e il foyer del teatro, da diversi angolazioni, si intrecciano con l’argomento alla base di Finale di partita di Beckett, un excursus che si sposta dal singolo frammento del oggettualità nell’immenso panorama della realtà contemporanea che pone ai giocatori della vita, gli esseri umani, di fronte alla scelta di continuare avanti nonostante un risultato inevitabile oppure arrendersi prima di venire sconfitti ma, c’è anche chi decide di attendere perché forse qualcosa di inaspettato può accadere cambiando il corso dei fatti, perché in un percorso definito ci sono anche delle strade laterali con esito imprevedibile perciò ci si trova davanti ad Almost Possible Things. I lavori degli artisti indagano quindi sul complesso rapporto odierno dell’uomo con il mondo, a ciò che si lascia dietro; su come vengono indirizzati i messaggi e come questi vengono decodificati ed infine, la contiguità con l’anima delle cose e delle persone. Nelle opere in mostra, partendo dai collage fotografici di Moxhay per poi arrivare alle fotografie di Siirila soggetti e luoghi reali vengono spogliati progressivamente da tutto ciò che risulta superfluo riducendo e sintetizzando il racconto fino ad arrivare ai lavori di Tanaka che concentrano l’attenzione sull’essenzialità e sullo spazio, in ciò che è evidente ma che va scoperto e valorizzato. 

Suzanne Moxhay (1976, Essex) attraverso i suoi incastri fotografici crea delle scene labirintiche, ambienti ibridi e pseudo-possibili nei quali le tracce dell’essere umano sono pressoché scomparse e, dove la natura sembra prendere il sopravento quasi fagocitando ciò che l’uomo ha costruito. Le sue opere scavano nei profondi meandri della psiche collettiva, sono storie mute, idilliache e talvolta, anche inquietanti proprio perché annunciano scenari dove l’uomo può non essere più presente, in ogni opera c’è una sorte di monito oppure di desiderio e di speranza. Moxhay ordisce delicatamente un palinsesto figurativo; i suoi sono soggetti e i paesaggi catturati all’interno di una originale semantica visiva dove il tempo si è fermato e dove non è dato sapere né il quando né il chi, sono scenografie surreali in bilico fra l’oggi e la rievocazione del passato. Tratti distintivi nelle sue opere sono infatti il carattere formale, la sintesi gestaltica e il ricorso alla pittura romantica inglese che, funge da corridoio, finestra e nesso temporale. 

Mikael Siirilä, (1978, Helsinki) i suoi lavori sono opere contraddistinte da una particolare tonalità calda risultato della sperimentazione con la tecnica del tea-toned. L’artista è noto per utilizzare esclusivamente la camera oscura, pellicole in bianco e nero, la gelatina d’argento e per il recupero e riadattamento di tecniche fotografiche. Le sue opere si concentrano sui dettagli e sui frammenti, che gravitano in spazi disconnessi dal tempo e da luoghi identificabili. Il suo processo creativo è caratterizzato dalla ricerca instancabile della riduzione dei soggetti all’essenziale e per propendere verso un linguaggio nettamente astratto. Segno distintivo, la pronunciata grana della pellicola che domina elementi neri e bordi dell’immagine. Queste sono allo stesso tempo, singolari e autonome e, resistono all’espressione narrativa e verbale. Di chiara impronta romantica, le fotografie di Mikael, sono anche oggetti fisici e concreti, che da una dimensione surreale e quasi pittorica si affermano nel mondo tangibile. 
Miho Tanaka, (1998, Yamanashi) nella molteplicità che definisce la società delle immagini nella quale “abitiamo”, Miho propone un nesso di relazioni culturali attraverso i modi in cui vediamo, percepiamo e interagiamo con la materia e con gli artefatti nel mondo contemporaneo. La sua ricerca – che include la scultura in marmo, ceramica, uncinetto e fibre naturali come il cotone – si concentra sul rapporto dell’individuo con lo spazio ed il contrasto tra i ritmi intimi e quelli dell’ambiente. Le sue opere sono il risultato di un processo di trasformazione del valore ontologico di elementi quotidiani e familiari che presentano analogie sia d’uso sia di significato in entrambe le latitudini cioè quella di appartenenza dell’artista, il Giappone e, quella di adozione, l’Italia, nonostante la lontananza. I suoi lavori puntano anche a travolgere l’identità delle cose, dunque, il ruolo e i luoghi che esse occupano in un determinato sistema culturale e come essi trovano punti di incontro e incrocio nell’immaginario collettivo.

Teatri delle città di rilevante interesse culturale

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